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La SMT e il riconoscimento delle emozioni

Rendere consapevole il paziente delle sue emozioni è da sempre uno degli obiettivi terapeutici più difficili da raggiungere perché, in generale, tutti gli individui hanno in modo più o meno marcato dei limiti nelle proprie capacità introspettive e autoriflessive. Come evidenziato da numerose ricerche (per una rassegna vedi Wilson, 2004, 2009) anche tra i soggetti sani vi è una generale difficoltà nelle capacità introspettive che permettono di accedere ai propri stati mentali (pensieri ed emozioni). Studi epidemiologici (Guibaud et al 2002; Taylor, Bagby, Parker 2002; Joukama e Matttila 2007) affermano che circa il 20% della popolazione generale e oltre il 50% di quella clinica, sia con problematiche psicologiche che mediche, è affetta da alessitimia: termine derivante dalle parole greche alexis (mancanza di parole) e thymos (emozione), introdotto da Sifneos (1973), per definire una condizione clinica caratterizzata, tra l'altro, dalla difficoltà di identificare e descrivere le proprie emozioni.

Questi dati evidenziano, dunque, come la capacità di verbalizzare i propri vissuti emozionali sia alquanto limitata o comunque distorta. Spesso, infatti, molti pazienti nel descrivere le loro emozioni usano etichette verbali generiche, ad esempio i soggetti ansiosi spesso etichettano come “star male” emozioni quali la paura, la rabbia, l’eccitazione, l’ansia e la vergogna, oppure anziché descrivere le emozioni nominano i loro correlati somatici: tachicardia, oppressione toracica, eccessiva sudorazione, ecc. Altri dichiarano di provare emozioni che però, a un’osservazione attenta, si rivelano incongruenti con il loro comportamento non verbale (ad esempio dicono di provare rabbia con un tono di voce e con una mimica facciale che comunica tristezza). Infine esiste una categoria di pazienti che sa cosa prova, ma non riesce a tradurlo in parole; come se i loro vissuti emotivi restassero a un livello di conoscenza implicita.

 Paradossalmente però tanto siamo limitati e imprecisi nella traduzione verbale delle nostre emozioni quanto sincronicamente (anche quando non le riconosciamo) le “trasmettiamo” all'esterno in modo estremamente dettagliato attraverso il linguaggio non verbale: la prosodia, la postura e soprattutto l'espressione del viso (Argyle 1974) . Questo perché, come afferma Ekman (1985,) “ quando nasce un'emozione i muscoli facciali si attivano in maniera automatica... il viso infatti, a differenza del linguaggio verbale, è direttamente collegato a quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni per cui, indipendentemente dal grado di consapevolezza del soggetto, il suo viso manifesterà comunque lo stato emotivo provato”. L'espressione mimico-facciale delle emozioni è un prodotto dell'evoluzione e fornisce un'importante modalità espressiva extralinguistica evolutivamente precedente lo sviluppo del linguaggio. Numerosi studi (Ekman1982, 1984) hanno dimostrato che nell'uomo le emozioni fondamentali sono segnalate da specifici pattern espressivi geneticamente determinati e che possediamo un'innata capacità di riconoscere le espressioni emotive altrui indipendentemente da età, sesso, razza e cultura. Queste espressioni facciali sono la fonte più ricca d'informazione circa le nostre emozioni (Ekman,1984, 1989). Non a caso le attuali indagini di mercato per verificare l'appetibilità di un prodotto si affidano più alle espressioni del viso dei consumatori durante l'assaggio che ai loro report verbali. Quindi, rispetto alle descrizioni verbali, le espressioni mimico-facciali offrono un'informazione più attendibile ed oggettiva delle emozioni che un individuo sta provando e sono, per via innata, immediatamente riconosciute dagli altri. A tal proposito è esperienza comune che attraverso il nostro viso segnaliamo “pubblicamente” le nostre emozioni, anche quelle di cui non siamo consapevoli; per cui paradossalmente sono a volte gli altri a informarci su quanto stiamo provando (Schooler, 2002). A chi non è capitato di sentirsi dire: “Perché sei arrabbiato?” o “Perché hai quella faccia così triste? Ma ti sei visto?” senza che avessimo la percezione di manifestare o addirittura di provare tali emozioni.

E' come se ciascuno di noi portasse scritta sul volto l’emozione che sta provando, in una lingua che tutti sanno leggere. Da un punto di vista clinico ciò fa sì che per alcuni pazienti (in particolare quelli con dei deficit nelle funzioni autoriflessive), sia più facile riconoscere le emozioni altrui che le proprie.

In terapia, però, il paziente deve principalmente fare i conti con le proprie emozioni. Uno dei principali compiti della psicoterapia è infatti quello di far sì che il paziente riconosca le proprie emozioni, ne valuti il significato e le colleghi alle sue convinzione disfunzionali. Per esempio, durante la rievocazione di un attacco d’ansia, il paziente potrebbe avere serie difficoltà ad etichettare precisamente ciò che ha provato (ad esempio potrebbe riferire genericamente di “star male”) sincronicamente però, in modo automatico ed involontario, il suo volto assumerà una ben precisa configurazione tipica della paura: sopracciglia e palpebre leggermene sollevate, occhi aperti e tesi, bocca semi aperta con labbra tese, e segnalerà all'esterno tale emozione in modo assolutamente riconoscibile a chiunque. Nel setting terapeutico, poiché il paziente non può vedere la sua faccia, l'unico a ricevere questo segnale emozionale è il terapeuta, anche se chi potrebbe trarne più giovamento sarebbe il paziente stesso, perché gli permetterebbe di riconoscere immediatamente l'emozione che sta provando. Per porre rimedio a questa situazione Paul Ekman (1984) suggeriva provocatoriamente di “mettere uno specchio davanti agli occhi del paziente per fargli ricevere un altrettanto chiara informazione di ritorno sulla sua faccia"

Oggi grazie alle nuove tecnologie video possiamo potenziare questo concetto!

 Le nuove tecnologie, in particolare la videoregistrazione della seduta e la successiva visione di alcune sequenze emotivamente significative, offrono ora al paziente la possibilità di “tenere uno specchio reale sempre davanti agli occhi”. Grazie all'osservazione videoregistrata della seduta il riconoscimento di una propria emozione non avviene “dal di dentro”, tramite le capacità autoriflessive e introspettive (che come abbiamo visto sono spesso deficitarie), ma “dal di fuori”, ossia dall'osservazione della propria espressione facciale, sfruttando verso se stessi quei meccanismi innati (sistema dei neuroni specchio) che normalmente usiamo per comprendere le emozioni altrui. Inoltre l'immagine videoregistrata, a differenza di quella riflessa dallo specchio, sincronica con i movimenti che il soggetto esegue, è “in differita”, sganciata dal comportamento attuale del paziente. L'immagine acquista quindi, una sua autonomia, vive di vita propria. Si viene a creare così una differenziazione tra l’osservatore e la sua immagine nel video. L’utilizzo di questo fenomeno all'interno della seduta permette al paziente di collocarsi in una posizione “meta” dalla quale poter osservare da una nuova prospettiva sia le proprie emozioni che il proprio modo di pensare; come se osservasse il personaggio di un film che altri non è che se stesso. Questo distacco critico dal proprio modo di funzionare favorisce l’incremento della metacognizione, premessa indispensabile al cambiamento. Inoltre, tutto ciò consente il confronto tra l''immagine che il paziente ha di sé e quella rimandatagli dal video. Maggiore sarà la discrepanza più potente sarà l'effetto terapeutico. Questo stesso meccanismo è alla base dell’utilizzo del video-feedback per migliorare la percezione di sé nei soggetti affetti da disturbo d’ansia sociale (Rapee, Lim,1992; Rapee, Hayman, 2000). Tale tecnica, già ampiamente usata nei protocolli CBT (Clark, 2001, 2003), parte dal presupposto che questi soggetti, quando devono eseguire una performance pubblica come ad esempio, tenere un discorso, hanno una percezione negativa di sé tendendo, conseguentemente, a sovrastimare i loro difetti (ad esempio, affermano in modo molto più esasperato rispetto alla realtà, di aver balbettato, di essere arrossiti o di essere apparsi ansiosi e insicuri). L'osservazione attraverso il video della loro performance li informa in modo più corretto del loro reale comportamento ristrutturando, conseguentemente, l'immagine negativa che hanno di sé (Clark, 2001). Ricevere informazioni non compatibili con i propri schemi pone le basi per il cambiamento della propria immagine mentale (Moscovitch et al. 2009).

 

Nella Self Mirrorring Therapy il meccanismo di azione è simile, con la differenza che il confronto che il paziente attua tra l’immagine di sé e quella che vede nel video non riguarda una performance specifica (come il parlare in pubblico) ma comprende la globalità delle sue modalità di funzionamento. Il paziente, quando rivede se stesso durante un momento significativo della seduta (ad esempio mentre rievoca un episodio emotivamente coinvolgente) non si limita a rivivere passivamente la sua sofferenza ma si osserva mentre ciò avviene; questo gli consente di comprenderla “diversamente”, da un altro punto di vista: un conto è soffrire, un altro è osservarsi mentre si soffre. In quest'ultimo caso il paziente ha l'esperienza concreta di osservare la tristezza che si dipinge sul proprio volto e, contemporaneamente, di sentire la propria voce esprimere pensieri negativi ed auto-svalutanti. Inoltre anche se il paziente è già consapevole di una propria credenza negativa, l'osservazione di sé gli permette comunque una presa di coscienza diversa, una conoscenza “empirica” del proprio modo di pensare. Sapere razionalmente di avere la convinzione di “non valere” ha una pregnanza emotiva molto diversa dall’esperienza tangibile di osservare se stesso nell’atto di valutarsi in modo negativo: “perché possa determinarsi un cambiamento, i pazienti devono avere qualcosa in più di una comprensione intellettuale, devono esperire il vedersi realmente costruire la realtà” (Safran, Segal 1990). In altri termini il paziente vede i suoi meccanismi di funzionamento “in azione” e ciò gli consente di raggiungere un livello di consapevolezza più profonda delle proprie emozioni, del proprio modo di pensare e, più in generale, di tutto il sistema di scopi e credenze che regolano il suo stare al mondo. Inoltre attraverso la SMT, il paziente osserva tutto quello che gli accade in seduta nella “versione originale”, senza alcun filtro interpretativo da parte del terapeuta e valuta ed elabora tutto ciò in base ai suoi stessi schemi. Conseguentemente si attiva un processo di confronto tra quello che il paziente pensa di se stesso e quello che gli rimanda il video; più il video gli fornisce nuove informazioni su di sé, incompatibili con la visione che ha di se stesso, più risulta potente l'effetto terapeutico, poiché il paziente è costretto a ristrutturare i suoi vecchi schemi per riaggiornarli in base alle nuove informazioni su di se’ trasmesse dalla sua immagine; le esperienze dissonanti rispetto ai nostri schemi non vengono solo assimilate a quegli schemi ma comportano un loro "accomodamento"